Beviamo un tè per schiudere le labbra, mio viso. Josif Brodskij

Beviamo un tè per schiudere le labbra, mio viso. Josif Brodskij

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So tutto del tè. Tutto quello che un occidentale convertito al tè può arrivare a sapere, in una cultura che ne ignora il culto, la sua dimessa bellezza e trascura anche il segnale isolano: sono le cinque o “prepari la teiera?”. Sogno un antico cerimoniale e mi accontento di un personale, privato, rito quotidiano. Ritagliarsi questa pausa diventa difficile se intanto gli altri intorno a te si consolano con un caffè che dura al massimo cinque o sei sorsi brevi. Sorseggi e pensi che sarebbe bello, un giorno, scrivere qualcosa sul gusto del tè. Niente di profondamente tecnico, accenni alla pianta e alle foglie, la raccolta, il tempo della fermentazione – e riflessioni su cosa si prova quando si assaggia questa bevanda gialloverde. Il viraggio del colore. L’odore sempre un po’ acre, l’aroma leggermente pungente, di paglia, di erba dopo una pioggia leggera. Poi il calore dell’acqua insaporita. Di cosa? Di buono, di bosco, come se si potesse bere un tratto di bosco, alberi e terra filtrata compresi. Foglioline preziose, odorose, gustose. A volte la lingua si crea certe nicchie deliziose… poi sceglie dei nomi complicati per pietre che del tè sembrano concrezioni: il berillo, il citrino, lo smeraldo, l’andradite. Minerali sciolti in tazza. Caldi, da bere. Poi la scelta di un dolce, dolcissimo, o un biscotto secco che se ne impregni.
Ti versi il liquore nella tazza di un bianco non troppo accecante, di porcellana doppia il giusto spessore.

Osservi i cerchi concentrici che crea una goccia. Ricordi un lago, dove non sei mai stato e allora bevi, dopo un morso al dolce. Rinunci a un po’ della tua fervida immaginazione e non lasci che dalla bevanda il ricordo scivoli a un viso che, liquido, si ritaglia un profilo ambrato sul fondo della tazza perché i fondi del tè non li sapresti interpretare o, forse, perché il responso lo conosci da tanto…ma di nuovo ti plachi in un sospiro: hai qualcosa di buono che indugia nella bocca…hai una abitudine. Ne hai cercate talmente tante e non ti piacevano. Nessuna ti piaceva tanto da mantenerla. Rilke direbbe che tu dovevi piacere all’abitudine e che sono state loro a non restare con te, perché non gli piacevi. Non ti meravigli. Rilke, il poeta, è un mondo nel mondo per te e questo non si discute. L’abitudine, soprattutto, ti aiuta a capire i più piccoli piaceri quotidiani e a accettare la fuggevolezza assillante della vita. E ti sono sfuggite talmente tante cose nella vita che non ne tieni più il conto. Una volta tentasti, ma era lento, si affollava un elenco di particolari che all’inizio ti facevano soffrire e poi arrivarono a divertirti. Hai sempre mantenuto un tale riserbo su di te che nessuno lo immagina, ma da te sono fuggite troppe cose. Molte come spaventate. Non puoi biasimarle. Sei uno dalle passioni smodate. Si sente che sotto la tua pacatezza c’è dell’altro. Lo sai bene. Anche tu ti tieni a freno. Per questo non puoi essere capito. Troppa sottigliezza, certo, ma nessuna mistificazione. Solo che per te è così: solo grandi passioni e il tè è una passione talmente profonda…come i libri di botanica, come il cappello d’estate, la passeggiata di mezzanotte e la sigaretta prima di addormentarsi. Un uomo è un elenco di cose, in fondo. Niente altro. Un uomo, per dire, ogni essere al mondo, anche gli animali e persino gli oggetti, nella loro funzione o per il loro utilizzo. Il filtro del tè. Il cucchiaino da tè. La tazza. E istruzioni su come le cose vanno usate. In che ambiente e in quale stato. A quale temperatura sono ottimizzate. La durata. E.. la mia seconda tazza di tè. In una teiera media da bar ci sono due tazze e mezza di infuso. Ottima dose, lo ammetto. Può durare una buona mezz’ora se si sa apprezzare anche il liquido che si raffredda e imbrunisce. E: “Mi porta un’altra fetta di dolce, per piacere?”. Una ragazza piuttosto giovane mi porta un piattino bianco di porcellana, fratello della tazza, con sopra una fetta di torta alla crema. “Grazie”, dico. “Di niente”. A volte un sorriso. Poi, prendo dalla mia borsa da lavoro un libro che può sembrare anche un registro dei conti e do un’occhiata, leggo qualcosa. A tratti sollevo la testa dai fogli e guardo oltre la vetrata, verso il cielo che in inverno abbuia con rapidità sorprendente – due sorsi e è già scuro – mentre in estate resta di una fissità celeste fino a sera inoltrata. Alle cinque il locale è sempre un po’ vuoto. La gente lavora, i bambini fanno i compiti con qualche mamma che li controlla. I ragazzi organizzano le uscite serali. Le televisioni tengono avvinti i vecchi con certe trasmissioni nostalgiche. Io trovo il modo di uscire e di venire a bere il mio tè. Locale quasi vuoto, torpore generale, in ogni stagione. Silenzio. Silenzio. Un ristoro. E la domenica, quando il bar è chiuso, ci passo davanti, apparentemente soprappensiero, e mi immagino dentro, al tavolo vicino alla vetrata, mentre bevo il mio tè e penso. Penso: sono un teista che impara, che continua a imparare: un uomo, come dicono i saggi né senza tè né che ha troppo tè – e che fa attenzione agli accenti. Una attenzione maniacale…Rilke aveva ragione, avrà sempre ragione. Le abitudini ci scelgono e ci fanno compagnia. Sono l’unica sponda per il corso degli eventi, mutevole. Magari mille altre cose ci abbandonano, persone e volti che si perdono, ma qualcosa resta. Una abitudine buona. Un modo per inanellare i giorni, altrimenti persi come un filo di perle che una donna portava intorno al collo e che una sera si ruppe, lanciando in terra una cascata di palline bianche. Raccogliendole, le dissi di contarle e quando le ebbe di nuovo tutte tra le mani, disse “ma non sarà più lo stesso”. Avrei dovuto chiederle a cosa alludeva, se alla collana o a noi. Eppure, la mia prima frase per lei – citando senza dirglielo Rilke – era stata: “davanti a una tazza di tè ci si può dire, così, con facilità, qualche bella frase di sincera ammirazione…”. Chissà, magari lei lo sapeva che non avevo fatto altro che citarle un grande solitario.