Pitecus, l’arte del duo Rezza Mastrella

A.RezzaeF.Mastrella

Lo spettacolo in scena a Palazzo Maturi lunedì sette luglio alle ore 21.30 a Palazzo Maturi. L’intervista ad Antonio Rezza.

L’appuntamento è per lunedì 7 luglio alle ore ventuno e trenta presso la corte di Palazzo Maturi ad Amorosi. Pitecus, lo spettacolo che porteranno in scena Antonio Rezza e Flavia Mastrella, due artisti di notevole spessore per questa quinta edizione di Amote, Amorosi Teatro Festival.

Uno sguardo ben orientato a quel teatro così distante dal teatro, che si propone in quei luoghi così poco tradizionali che rappresentano l’essenza stessa di quello che è il messaggio che il festival ha provato a costruire con il tempo.

Fantasia, metafisica e la ricerca di una estetica necessariamente diversa. In altre parole l’arte di Rezza e Mastrella.

 

Antonio Rezza, Come vi approcciate ad un piccolo festival di Provincia come Amote. Quanto è importante portare il teatro in quei luoghi così lontani dal teatro?

Siamo esperti in questo, non facciamo teatro e siamo abituati a portare il nostro lavoro in spazi misti, in spazi che non sono esattamente teatrali e che spesso si adattano meglio a quello che facciamo che è al tempo stesso molto più vicino alla musica, al ritmo, ai movimenti alle forme create da Flavia Mastrella.  Il teatro va portato fuori dal teatro. Ci troviamo benissimo in situazioni che non sono teatrali, nel senso classico del termine, anche se il teatro con la sua struttura è il luogo ideale per ospitare gli allestimenti di Flavia e i miei movimenti.

 

Che differenza c’è tra le reazioni del pubblico in realtà diverse, tra città diverse, tra le grandi città e la provincia?

La provincia è abbandonata colpevolmente a se stessa e lo dico da uno che vive in provincia. Siamo abituati a vedere poco o nulla ma allo stesso tempo in luoghi come questi trovi un elemento importante che è la spontaneità. Potremmo dire che la città è veloce perché conosce è in qualche modo abituata a vedere, mentre la provincia è allo stesso tempo veloce perché spontanea. Ma questa è una cosa che si nota dal palco, il pubblico in sala non percepisce alcuna differenza.

 

Pitecus è uno spettacolo di grande successo, del 1995, come è cambiato l’approccio del pubblico negli anni?

La tecnica bidimensionale dei quadri di scena di Flavia Mastrella racchiude gli spettacoli del 1989, del 1990, del 1991 e del 1995. Spettacoli che hanno ormai ventiquattro anni e che conservano tutta la loro potenza anche oggi perché non legati all’attualità ma a stati d’animo.  Giudichiamo la politica un’attività minore del ragionamento perchè basata sul compromesso, non è un’attività pura della razionalità.  Crediamo che l’unico modo di relazionare l’uomo al suo prossimo non sia solo ed esclusivamente quello numerico, economico. Non ci interessano le tragedie mondiali, abbiamo la schiettezza di dire che spesso l’artista pensa solo a se stesso e non a medicare le ferite di chi non ha richiesto il suo aiuto. L’arte non è un ospedale da campo. Crediamo nella fantasia, nella metafisica, nell’intelligenza del pubblico che va rifocillato con un’estetica necessariamente diversa.

 

Quello con Flavia Mastrella è un sodalizio decisamente fortunato, come funziona la vostra collaborazione?

Facciamo cinema, quando possiamo facciamo televisione, facciamo allestimenti, scriviamo libri. Per ogni attività l’approccio è profondamente diverso. Per quanto riguarda il teatro, Flavia costruisce le scene, un habitat che espone nelle gallerie di arte contemporanea, lo consegna a me e ci faccio quello che voglio.  Esiste un’anarchia relazionale di fondo. Ognuno fa quello che vuole senza che l’altro possa interferire nel gesto tecnico dell’altro. Flavia realizza gli spazi per come vuole lei e non per come servirebbero a me. Da parte mia, porto avanti il lavoro provando con Massimo Camilli, un nostro collaboratore storico,  facciamo delle prove aperte al pubblico  quando lo spettacolo non esiste ancora e alla fine montiamo le sequenze come se fossero un film.  Questo è il metodo.

 

Cos’è per voi il teatro?

Nel teatro  ci passiamo la vita,  assorbe gran parte del nostro tempo. Amiamo soprattutto quella fase in cui le idee non ci sono. Il teatro è fondamentale come ogni attività della comunicazione. Ma sia chiaro, la comunicazione non deve essere legata ad un codice condiviso dal pubblico. Non crediamo nella narrazione che ti fa da bussola  per non smarrirti mai. Pensiamo che il teatro debba poter essere profondamente incivile, sovversivo, come ogni forma di comunicazione passata alla storia. Tanto si deve al pubblico, un rapporto sincero non basato su uno schema narrativo e su quello che sappiamo non riusciremo mai a fare.

Intervista di Gianluca Brignola

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